La plebe

NAPOLI – Pariare. Dalla Sanità a Melito, dal cuore greco della città alla periferia di case e monnezza, monnezza e case, il verbo “pariare” è come un mantra misterioso. A dieci o a trenta anni, quel verbo lo ripetono in ogni frase, lo inzuppano in ogni smozzicato discorso e io non so che cosa significa, purtroppo. Me ne sto qui, come un babbeo, non so dire nemmeno dove, davanti un disco-pub in un angolo della periferia nord di Napoli e semplicemente non capisco che cosa mi stanno dicendo. Nel dialetto napoletano dell’altro ieri, “pariare” aveva un solo significato: digerire.
Oggi quell’unico, indiscutibile significato si è smarrito nell’impura neolingua della Napoli lazzara, che soltanto per il 12 per cento parla in italiano e per il resto impasta gerghi – il gergo della malavita e delle canzoni neomelodiche, soprattutto – storce il dialetto melodioso dei Salvatore Di Giacomo, degli Eduardo, dei Domenico Rea per farne uno slang che annega significati, scolora esperienza, scioglie nell’acido muriatico la memoria.
Pariare ora significa, apparentemente, divertirsi, ma parla di un curioso divertimento.
Più che una parola con un nuovo significato è il significato di un nuovo modo di stare al mondo, di sopravvivere a Napoli nel perenne, penoso conflitto con gli altri, tutti gli altri. “Bisogna pur pariare un po’, se non vuoi morire di noia; se vuoi mettere tra te e la difficoltà di vivere uno spazio, uno stacco senza pensieri; se vuoi stordirti subito, oggi, ora, per non pensare a quello che ti aspetta domani”.
Questo capisco sta dicendo, più o meno, S. che non vuole il suo nome sul giornale e preferisce essere chiamato “Roberto o Loris o Papiluccio, tanto per te è lo stesso, no? Che cambia?”. Si può “pariare con gli amici” (organizzare una serata, uno scherzo) o “pariare” (pomiciare) una vrenzola (ragazza). Si può “pariare in cuollo a uno”, a danno di uno o di molti. Si può “pariare in modo esagerato”, pippare cocaina, impasticcarsi fino ad andare fuori di testa, fino “a fare intorno a te il coprifuoco”. “Pariare” è una formula multiuso che, però, definisce quasi sempre un atteggiamento aggressivo o autodistruttivo. “Pareano” i merdilli – adolescenti tra i dieci e i tredici anni – che per Carnevale lanciano, fuori di una scuola, non la farina o le uova (abitudine nazionale già di per sé assai censurabile) ma arance “rinforzate” con lamette da barba. Finisce che arrivano i vigili urbani e cercano di bloccare i “merdilli”. Quelli fuggono e chiamano fratelli e genitori che, inviperiti, malmenano i vigili urbani: i bambini stavano soltanto pariando, no?
Pareano quei tipi che, lungo via Toledo, si danno battaglia colpendosi reciprocamente con i sacchetti dell’immondizia, e centrando gli sventurati passanti o assalendoli direttamente con buste gonfie di piscio. “Parea” soltanto quella banda di giovanissimi disperati in motorino che, alla salita dell’Ospedale militare, blocca il traffico già lento, monta sul marciapiede, si esibisce su una sola ruota o schiaffeggia a ripetizione e senza motivo chiunque abbia la sventura di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. “Pariare” diventa allora un’abitudine giovanile diffusa in alto e in basso e ormai vissuta come un fenomeno naturale, come se fosse pioggia o vento. Meritevole di un suo hit “neomelodico”. Lo gorgheggia dallo schermo di Televolla un bambino di nove anni che non ho capito come si chiama. Canta più o meno così: “Io me ne vado con gli amici alla Ferrovia/ simm ‘a banda dei malamente/ ma non simm’ delinquenti/ sfuttimm’ solo a brava gente”. “Pariare” significa soprattutto infastidire, dunque, sfottere, deridere e, a quanto pare, nessuno si chiama fuori dal gioco.
Sono qui per cercare di capire perché un ragazzino di sedici anni, nel pieno della sua vita, se ne va in giro con un coltello in tasca e alla prima, o seconda, occasione lo estrae, spezza una vita, mutila un’altra, sfregia la sua. Quale senso o immagine della vita, pur deforme, convince quel ragazzo ad armarsi?
Quelli con cui parlo non capiscono nemmeno il problema. Dice Roberto o Papiluccio: “Il coltello è tranquillo”. Come dire, è logico, è evidente che devi portartelo dietro, che ne hai bisogno. Come fai a non capirlo? “Il coltello è tranquillo e quasi tutti se lo portano dietro, mica soltanto il fetente o il criminale, nemmeno parlo del camorrista perché lo sai che quelli hanno sempre la pistola infilata nella cintura dietro la schiena. Ti spiego, allora. Tu sei con la tua ragazza. Lei è tutta in tiro. È bella. Lo sai e lo sanno anche gli altri. Se vuoi startene senza problemi, ti scegli in discoteca o al disco-pub una serata di hip-hop. Vai sul sicuro, quella musica la danno il venerdì. È un giorno calmo, il venerdì, e non ci sono problemi. Se invece vuoi pariare in modo esagerato, ed è sabato, te ne vai a sentire house-music. Sai di che parlo, vero? Allora stai a sentire. Sei in discoteca con lei e sai che, prima o poi, ci saranno anche quelli che arriveranno lì soltanto per pariare.
Non hanno ragazze con loro, non voglio averne con loro quella sera. Sono lì – e sono cinque o magari dieci – soltanto per pariare, prendere di mira qualcuno, mettere su una tarantella. Sì, una tarantella: un litigio, una rissa, un pestaggio. Così per passare la nottata… Non c’è chi di tanto in tanto non se ne vada in giro in questo modo, in gruppo, solo maschi, per pariare un po’. Non lo so perché. Forse perché è divertente? Ora, ascolta, tu hai il coltello, ti senti sicuro. Se le cose si mettono male, sai di poter cercare di cavartela, ma naturalmente fai di tutto per non arrivare a quel punto. Allora è molto importante lo sguardo.
Al primo sguardo devi saper valutare quanto è davvero malamente (cattivo) quello che ti sta pariando in cuollo. Se sei responsabile, e tutti qui cerchiamo di esserlo, appena ti accorgi che l’altro è più ‘bbuono di te – sì, più ‘bbuono, più fetente, più tosto, più determinato, più coraggioso – devi buttare giù il boccone schifoso e trovare un modo per andartene senza danni, e non tutti lo fanno. Ma dovrebbero farlo e fidarsi dello sguardo. A Napoli lo sguardo è tutto.
Appena ti fermi al semaforo – faccio un esempio – stai certo che qualcuno ti guarderà fisso. Non sai che vuole. Vuole pariare soltanto o magari dietro di te, e tu non lo sai, non te ne sei ancora accordo, quello ha un amico e ti vogliono provocare per prenderti la macchina o il motorino o il cellulare o l’orologio o soltanto darti un po’ di mazzate. Non sai dirlo. Puoi far finta di niente e guardare le mani sul volante o sul manubrio o guardarlo a tua volta e dirgli: “Che fai guardi? Stai guardando?”.
La stessa cosa fai in discoteca con quelli che pareano. Li metti alla prova, per così dire. Quello guarda la tua ragazza e tu gli fai: stai guardando? Dalla risposta capisci se è uno ‘bbuono, quanto è ‘bbuono, o se si atteggia o se un malamente, in questo caso sei già nei guai. Però, c’è molta gente che si atteggia… Guarda quello lì…”.
Non so dire se “quello lì” è uno che si atteggia. Mi sembrano tutti uguali, in verità. Hanno stessa faccia cotta dalle lampade solari, gli stessi occhi vuoti, gli stessi volti inespressivi, le stesse scarpe (Silver Nike), gli stessi crani rasati o capelli fonati e scolpiti, le stesse basette, le stesse maglie di Zara e gli stessi cappellini a visiera, gli stessi anellini d’oro ai lobi delle orecchie con la sola differenza per la grandezza del brillante (più è grande, più sei ‘bbuono). Parlano la stessa incomprensibile lingua. Allo stesso modo gesticolano e gridano (ma per loro è soltanto “parlare”). Hanno le stesse teste rincitrullite dalla televisione, non dal reality che già basterebbe, ma dalle tv dei neomelodici che in quanti abbiamo scambiano per rappers in rivolta salvo poi scoprire che sono il veicolo dell’infezione plebeo-criminale.
Non so neanche che se possa soccorrermi Pier Paolo Pasolini per afferrare almeno qualche filo. Quel Pasolini che scriveva dei giovani italiani, già trenta anni fa: “Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà. Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. Non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto o può precedere una coltellata”.
La scena ora sembra peggiore e peggiori gli attori. I ragazzi di Pasolini ancora erano parte di un sistema comunitario. Giusto o ingiusto, progresso o sviluppo, che fosse, era qualcosa. Questi che ho di fronte sono come precipitati in un vuoto assoluto di socialità. Nelle loro vite, l’egemone sottocultura criminale ha scavato a fondo lasciando in movimento soltanto il simulacro della loro mediocre, feroce e impaurita individualità, che appare loro principio e fine di ogni cosa. Per questi disgraziati figli della Napoli conquistata dal lazzarismo – più che una condizione economica, un atteggiamento psicologico, uno spirito morale – c’è soltanto (come per i camorristi) l’affermazione di sé.
Ogni rapporto – amicizia, amore – è possesso e misura del dominio. È potere sugli altri, l’unica cosa – a quanto pare – per cui valga la pena vivere (o morire). Ne è la conseguenza il pavoneggiarsi perenne, l’esibirsi sempre e comunque, il rumoreggiare, il vociare, il prevaricare, l’aggredire anche senza motivo. Pariare in modo esagerato in cuollo a uno non è esibire se stessi contro l’altro, dominando l’altro, possedendolo? Questa nuova condizione (o la si può chiamare ideologia?) scaccia la sopravvivenza antica di un modo di vita della plebe, ragione di molti problemi irrisolti ma di qualche non disprezzabile peculiarità.
Nell’intrico dei vicoli, lungo le grandi tangenziali, nei quartieri delle periferia non c’è più traccia di quella plebe che pure fu, come sempre ha sostenuto Raffaele La Capria, immaginazione, fantasia, vitalità, “humus fertilizzante” capace di custodire le radici della città, la sua memoria, la sua cultura, il passato da cui è venuto fuori il carattere dei napoletani, con i loro vizi e le loro virtù. Il nuovo plebeismo violento di oggi non sa da dove viene, non sa dove vuole andare, non ha nulla da ricordare, non ha nulla da custodire. Riconosce nell’orizzonte vuoto, un solo senso: il potere come principio di tutti i rapporti. È questa appare la più disastrosa vittoria della camorra. È una vittoria che afferri anche là dove questo processo di deculturazione dovrebbe e potrebbe essere contenuto.
Raccontano che alcuni ragazzi del liceo Umberto I di via Carducci, che è come dire il Berchet a Milano o il Mamiani a Roma, hanno stretto un rapporto di scambio con certi tamarri (diciamo, zotici) con orecchini dai grossi “brillanti”. Il tamarro se lo sogna di mettere piede nelle discoteche più esclusive di Chiaia o di Posillipo. Ci pensa il chiattillo. Fa in modo, con il buttafuori, che possa entrare. In cambio il tamarro gli darà un mano se avrà problemi: un nemico personale da picchiare; un gruppo che “parea” da intimorire o, più semplicemente, l’ex della sua morosa che non vuole arrendersi e che quindi merita di essere indommato di mazzate, massacrato di botte.
Per Roberto o Papiluccio questa appartenenza a una sottocultura criminale è così evidente da non potere essere nascosta a se stessi. Dice: “Siamo tutti camorristi. Lo penso anch’io. “Camorristi” nella capa. Io me ne rendo conto. Studio, mi sento un tipo responsabile, considerato i tempi e queste strade. Sono istintivo. Ho la tendenza a prendere fuoco e so che è sbagliato, so che è pericoloso, so che uno scatto d’umore nel momento sbagliato può costare caro. Cerco di stare lontano dai guai.
Sono capace di abbassare lo sguardo e venire via quando incontro un “malamente” epperò mi accorgo, nei momenti di maggiore lucidità, di avere la stessa aggressività di quelli là. Mi muovo in ogni cosa che mi tocca fare come in una sfida continua. Mi accorgo di guardare a lungo quel tipo fermo accanto a me nel traffico. Mi sorprendo a voler sopra di ogni altra cosa che abbassi lo sguardo. È una cosa senza senso, è vero, lo so. Perché lo faccio? Perché mi piace. Mi fa sentire bene”
(Articolo di Giuseppe d’Avanzo, il titolo mai lo seppi)
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